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LA LIEVE ENTITÀ DEI FATTI NELLE FALSE COMUNICAZIONI SOCIALI, ALLA LUCE DEL NUOVO ART. 2621-BIS C.C.

by Dott. Dario Curti on21 Agosto 2016

Recita l’art. 2621-bis c.c.: “Salvo che costituiscano più grave reato, si applica la pena da sei mesi a tre anni di reclusione se i fatti di cui all'articolo 2621 sono di lieve entità, tenuto conto della natura e delle dimensioni della società e delle modalità o degli effetti della condotta.

 Salvo che costituiscano più grave reato, si applica la stessa pena di cui al comma precedente quando i fatti di cui all'articolo 2621 riguardano società che non superano i limiti indicati dal secondo comma dell'articolo 1 del regio decreto 16 marzo 1942, n. 267. 

In tale caso, il delitto è procedibile a querela della società, dei soci, dei creditori o degli altri destinatari della comunicazione sociale ”.

Il passaggio critico segnato dalla norma, in parola, introdotta con la recente novella legislativa del 2015, investe tre aspetti nevralgici, ampiamente discutibili: 1) ciò che sembra dominare è, in primo luogo, lo scarso coordinamento tra la norma di nuovo conio e le preesistenti prescrizioni, in materia, ed un primo esempio ci è offerto dal confronto tra il concetto di lieve entità e le anteposte peculiarità dei fatti ex art. 2621 c.c., ossia la “materialità” e la “rilevanza” dei medesimi; 2) di “cosmesi” giuridica, decisamente scoordinata, poi, sembrerebbe potersi parlare in merito all’introduzione dei concetti di “natura, “dimensioni della società” e “modalità” ed “effetti della condotta”, indicati dal legislatore come parametri di riferimento nel rilevamento del grado lieve dell’entità dei fatti ex art. 2621 c.c.; 3) infine, una riflessione critica appare doverosa in merito alla fattispecie di cui al comma 2, art. 2621-bis c.c., riguardante le società ex comma 2, art. 1, R.D. n. 267/1942[1].

Innanzitutto, relativamente all’accostamento offerto tra la lieve entità dei fatti, da un lato, e la materialità e la rilevanza degli stessi, dall’altro, esso non sembra particolarmente centrato. Ciò, considerando, altresì, che, secondo l’orientamento prevalente, può ritenersi “rilevante” solo la falsità che ricada su dati informativi “essenziali” e che conseguentemente risulti atta a modificare le decisioni operative dei destinatari[2]: una circostanza, dunque, tutt’altro che trascurabile anche nella sua entità minore e, pertanto, certamente non lieve.

A tal proposito, merita richiamo la pronuncia n. 890, della Corte di Cassazione Penale, del 12 novembre 2015, depositata il 12 gennaio 2016, a tenore della quale <<“materialità” e “rilevanza” dei fatti economici da rappresentare in bilancio costituiscono (...) facce della stessa medaglia ed entrambe sono postulato indefettibile di “corretta” informazione, sicché le aggettivazioni materiali e rilevanti (...) devono trovare senso compiuto nella loro genesi, finalisticamente connessa (...) alla funzione precipua del bilancio e delle altre comunicazioni sociali, quali veicoli di informazioni capaci di orientare, correttamente, le scelte operative  e le decisioni strategiche dei destinatari>>; si tratta dunque di ricondurre anche alla materialità il sinonimo di<<essenzialità, con la conseguenza che essa vale a segnalare che nei bilanci devono entrare ed essere valutati solo dati essenziali ai fini dell'informazione. Ciò che permette di connettere tale profilo con il fondamentale principio della true and fair view (cfr art. 2 co. 3 VII Direttiva CEE sul bilancio di esercizio e art. 16 co. 3 VII Direttiva CEE sul bilancio consolidato), principio che trova il referente normativo nell'art. 2423 c.c. e, precisamente, nell'espressione «rappresentazione veritiera e corretta della situazione patrimoniale, finanziaria ed economica della società e del risultato economico di esercizio>>[3].

Per quanto concerne, poi, l’ambiziosa introduzione dei concetti di “natura, “dimensioni della società”, “modalità” ed “effetti della condotta”, ciò arricchisce senz’altro il quadro dei riferimenti su cui poggia l’ipotesi ex art. 2621-bis, comma 1, c.c., a rischio, però, di un superamento del limite oltre il quale l’articolata e frastagliata scansione giuridica, con essi predisposta, perda di praticità funzionale.

Invero, si ingenera, così, un difetto di tassatività e determinatezza, il ché comporta un’eccessiva onerosità per l’organo giudicante nell’analisi del fatto, viste le molteplici varianti e problematiche delle quali è chiamato a tener conto: del resto, il legislatore fornisce “i parametri in base ai quali deve essere ricercato l’oggetto della valutazione, ma non determina quest’ultimo”[4].

Infine, l’ipotesi di cui al comma 2, art. 2621-bis c.c., introduce una fattispecie autonoma di reato la quale presuppone la sussistenza della lieve entità ogni qualvolta l’illecito, in parola, riguardi le società che non superino i limiti di cui all’art.1, comma 2, della Legge Fallimentare. Altresì, occorre osservare che nel caso in cui si configuri il reato de quo è ammessa la procedibilità a querela della società, dei soci, dei creditori o degli altri destinatari della comunicazione sociale.

In tale contesto, quindi, emerge che il legislatore, relativamente alle società non soggette alle disposizioni sul fallimento e sul concordato preventivo[5], abbia operato <<una selezione della tutela del bene giuridico della trasparenza dell’informazione societaria: se nell’art. 2621 c.c la tutela accordata a un bene giuridico “intermedio” e “super-individuale” (...) in relazione al quale non è individuabile un destinatario specifico, ma al più soggetti danneggiati, nell’art. 2621-bis essa viene indirizzata anche a una concezione privatistica. Vi è infatti la necessità di individuare in concreto l’interesse di un determinato soggetto alla trasparenza dell’informazione societaria (in assenza del quale mancherebbe la legittimazione a proporre querela), interesse che si rifletterà ragionevolmente nella esposizione, quantomeno a pericolo, della sua sfera patrimoniale>>[6].

Orbene, la previsione normativa di cui all’art. 2621-bis, comma 2, c.c. appare sorretta da fondamenta poco solide e soggette ad inevitabili critiche, in termini di logicità e coerenza giuridica: del resto, la procedibilità a querela comporta uno <<stravolgimento surrettizio della fattispecie di cui all’art. 2621 c.c., che perde la sua natura di reato di condotta e si trasforma in un reato di danno, i cui soggetti passivi sono appunto i titolari del diritto di querela>>[7]. Contestualmente ed in conclusione, poco centrata appare la formulazione letterale della norma anche relativamente ai citati “altri destinatari della comunicazione sociale”: invero tra i titolari del diritto di querela vengono ricompresi anche questi ultimi, oltre alla società, ai soci ed ai creditori, il ché scaturisce un indeterminato ampliamento della platea dei possibili soggetti passivi.

 


[1]Si tratta delle società non soggette alle disposizioni sul fallimento e sul concordato preventivo, prevedendo in tale ipotesi un meccanismo di procedibilità privilegiata, ossia la “querela della società, dei soci, dei creditori o degli altri destinatari della comunicazione sociale” . Sul punto, in Seminara, La riforma dei reati di false comunicazioni sociali, in Dir. pen. proc., n. 7/2015, pag. 818, censurando l’“anomalia dogmatica” di un delitto di pericolo punibile a querela e le possibili strumentalizzazioni che la stessa può comportare, già oggetto di severa critica a margine del previgente art. 2622. 

[2]F. SUPERTI FURGA [2], Riflessioni sulla novella legislativa concernente il falso in bilancio in una prospettiva economico-aziendalistica, in Le società, n. 11/2015, 1296.

[3]www.penalecontemporaneo.it, Falso in bilancio e valutazioni: la legalità restaurata dalla Cassazione,18 Gennaio 2016, Cass., Sez. V pen. 12 novembre 2015 (dep. 12 gennaio 2016), n. 890, Pres. Nappi, Rel. Bruno, Ric. Giovagnoli, Francesco Mucciarelli.

[4]Bricola, 1024, nt. 17, ripreso da Seminara, La riforma dei reati di false comunicazioni sociali, in Dir. pen. proc., n. 7/2015, 819, con ulteriori rilievi critici.

[5]R.D. 16 marzo 1942, n. 267.

[6]G. Lunghini, R.D. 16 marzo 1942, n. 262. Approvazione del testo del Codice Civile, Art. 2621-bis, in E. Dolcini e G. Marinucci (fondato da), Codice penale commentato, Tomo III, 4a ed., Wolters Kluwer, Assago, 2015, p. 1849.

[7]Seminara, La nuova riforma in tema di delitti contro la P.A., associazioni di tipo mafioso e falso in bilancio – La riforma dei reati di false comunicazioni sociali, in Dir. pen. proc., 2015, p. 818, che si interroga sul fatto se “l’anomalia dogmatica” rappresenti«un’eredità avvelenata della disciplina previgente o invece risponda a una scelta meditata: certo è che la punibilità delle false comunicazioni sociali, commesse all’interno delle piccole società, ne esce drasticamente ridotta da un lato alla luce delle difficoltà di accertamento e dimostrazione del pregiudizio conseguente alla condotta, dall’altro a causa della possibilità di risarcimenti volti a evitare la presentazione della querela o ad ottenere la sua remissione. Né si trascurino le ipotesi in cui il falso, magari strumentale alla costituzione di riserve occulte, avvenga nell’interesse della società e con il consenso dei soci, senza pregiudizio dei creditori, ovvero i casi in cui il socio danneggiato ritenga conveniente astenersi dalla querela piuttosto che innescare il presupposto della responsabilità giuridica in base all’art. 25 ter D.Lgs. n. 231 del 2001».

Ultima modifica il 21 Agosto 2016